As Naus

on BLOG, coaching, sviluppo 21 giu, 2018

As Naus

Partiamo da lontano: Gianni Amelio è stato appena insignito del Globo d’Oro alla carriera, il premio assegnato dai cronisti stranieri alle produzioni e agli artisti italiani. La motivazione è la seguente: “Gianni Amelio ci ha regalato tanti gioielli cinematografici […], descrivendo nel suo cinema indimenticabili figure paterne, rendendole centri di gravitazione creativa, attorno ai quali costruire storie meravigliose”.

Ciò che rende, ai miei occhi, estremamente significativo il premio è un dettaglio privato del regista: nella sua bellissima Calabria, Gianni Amelio ha trascorso un’infanzia molto difficile a causa dell’assenza del padre, che, per cercare il proprio genitore emigrato in America Latina anni prima e mai più tornato, si recò in Argentina. E anche lui non fece mai ritorno, al punto da spingere lo zio ad andare a sua volta in Argentina in cerca del padre e del fratello… Insomma: una famiglia di vedove bianche, una vita da orfano, ristrettezze riconducibili al vuoto proprio di quella figura paterna, che diventerà il fulcro della sua sensibilità e della sua arte. E, dettaglio non trascurabile, durante le riprese di Lamerica, il regista adottò un giovane indigente iugoslavo e, insieme a lui, anche il suo anziano padre. La paternità da assenza a valore, da dolore a forza umana e artistica.

Un lungo prologo per arrivare alla seguente riflessione: quanto è importante affrontare il dolore e le difficoltà, metabolizzarle e trasformarle in forza positiva, in sostegno consapevole, in utile monito e guida per sé e per gli altri. E non, come talvolta capita di osservare o subire, in recriminazione, vittimismo irresponsabile o vendetta.

Forse, la forza del coaching nasce anche dal fatto che, nella stragrande maggioranza dei casi, coach si diventa in età matura, dopo un più o meno tortuoso percorso professionale, che ci ha spinto a prendere in mano il timone della nostre scelte e a impegnarci nello sviluppo di noi stessi e dei nostri coachee.

E sono convinto che la mia riflessione sul superamento del dolore abbia senso sia a livello personale, del singolo individuo, che a livello sociale, culturale, organizzativo, della comunità, della massa. Studiare le proprie radici, affrontare i propri traumi e i tragici errori passati per farne leve di progresso e sviluppo è fondamentale, altrimenti la nave che realisticamente campeggiava nella locandina del film “Lamerica” di Gianni Amelio – già sorella di altre identiche navi dirette a New York appena qualche decennio prima –

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invece di generare braccia aperte, fattive, utili, provvidenziali, umane, giuste, pietose, sarà tentata di accusare inutilmente e violentare utilmente navi-sorelle, ahimè, sempre più disperate.

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E, se guardate con attenzione le tre immagini che vi ho proposto, vi accorgerete – mi auguro che vi accorgerete – che le persone a bordo delle imbarcazioni sono proprio le stesse…

  

  

  

  

  

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