Cambiare col coaching: i racconti

on BLOG, coaching, racconti per il coaching 16 mag, 2012

Sappiamo bene che il coaching si può definire come una relazione di partnership tra un esperto (il coach) e un cliente (il coachee), come un metodo comunicativo o un insieme di competenze e tecniche, che danno i loro frutti se rafforzate dall’esperienza.

Quindi, possiamo smentire ciò che spesso di sente affermare a proposito del coaching, ovvero che si tratta semplicisticamente solo di porre domande aperte. Non è vero! Senza un metodo, senza un set di giuste e diversificate competenze e una solida base di studi, con le sole domande non si andrebbe lontano, non si riuscirebbe a cambiare, ad evolversi.

Per esempio, un uso calibrato del silenzio concede il giusto spazio di riflessione al coachee. Ed il silenzio è l’opposto delle domande!

Un’altra delle competenze a torto meno direttamente associate al coaching – soprattutto se corporate – è quella dello storytelling, ovvero dei racconti. Eppure, i racconti rappresentano un mezzo molto potente per accedere alla parte meno razionale e talvolta meno espressa del coachee, destando il suo interesse e facendolo allontanare temporaneamente dalle barriere autoimposte (tempo, soldi, coraggio, aspettative degli altri …). I racconti permettono di rendere visibili concetti complessi, di giocare liberamente con esiti e soluzioni possibili, di fare brainstorming, di prepararsi a cambiare ruoli e comportamenti, uscendo dai propri più o meno consapevoli automatismi.

Ovviamente, lo storytelling deve essere mirato ed il coach deve avere la capacità e la prontezza di proporre storie che contengano analogie alla situazione, al contesto e al problema riscontrato dal coachee, per facilitare una sorta di immedesimazione spontanea del cliente con il racconto e, pertanto, essere utile ed efficace.

Solo dopo la narrazione e dopo aver concesso al coachee il tempo necessario per riflettere, si pongono delle domande aperte, di esplorazione.

Di seguito vi propongo un esempio di racconto in “versione coaching”, che proviene dalle millenarie cultura e saggezza sufi. Il tema è l’inerzia insita nell’uomo a cambiare atteggiamento mentale, anche a rischio di essere totalmente improduttivo.

 Il Mullah Nasrudin e la chiave

Una sera senza luna, rincasando, il Mullah Nasrudin perde le chiavi di casa e comincia a cercarle affannosamente sotto un lampione. Dopo un po’, passa un suo conoscente, che, dopo avergli chiesto cosa cercasse, si offre di aiutarlo. Così, i due trascorrono vari minuti a cercare carponi le chiavi nella polvere illuminata dal lampione senza alcun risultato, fino a che l’uomo chiede a Nasrudin se fosse sicuro di averle perse proprio lì.

E Nasrudin: “No, le ho perdute sulla soglia di casa mia.”

L’amico, stupito, di botto gli chiede “E allora perché le stai cercando qui?”

E Nasrudin: “Perché qui c’è più luce!”

Sul momento, la storia ci può far ridere e la possiamo considerare persino esagerata.

Ma concediamoci il tempo di riflettere a noi stessi: quante volte abbiamo cercato invano qualcosa? Quante volte ci siamo confrontati a persone di successo, senza però riuscire ad emularle, ovvero senza raggiungere i nostri obiettivi? Quante volte abbiamo cercato nel posto sbagliato? Sicuramente più di una volta ci siamo comportati come Nasrudin.

Di seguito alcune domande di coaching:

–        Cosa hai perso?

–        Cosa stai cercando oggi?

–        Qual è il tuo lampione?

–        Come puoi cambiare la luminosità?

–        Come portare la luce sulla soglia di casa?

–        Quale porta è aperta dalla tua chiave?

–        Come rincasare senza chiave?

  

  

  

  

  

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