Ce l’hai il paracadute?

on BLOG, career coaching, carriera, coaching 24 set, 2014

Ce l'hai il paracadute?

Un altro libro che ho divorato durante le ferie è un grande classico del career coaching e del career counseling: il celeberrimo “Ce l’hai il paracadute? L’arte di trovare il tuo lavoro” di Richard Nelson Bolles. Perché l’ho acquistato e letto solo ora, dopo anni di attività come career coach? La risposta ha a che fare con la mia assoluta mancanza di fiducia verso i best seller, tanto in narrativa, che in saggistica e manualistica. Ma in questo caso devo ricredermi: “Ce l’hai il paracadute” è scritto veramente bene e questa edizione, a oltre quarant’anni dalla prima, è caratterizzata da una generosità di suggerimenti e aiuti, che trasformano immediatamente l’autore in un amico premuroso.

Non mi dilungherò sul libro, che merita di essere letto, né sui tantissimi esempi ed esercizi che offre, quanto piuttosto su alcuni concetti chiave, che l’autore trasmette con estrema modestia e credibilità. Si tratta di concetti che da oltre due anni cerco di trasferire nel mio blog e che sono alla base del mio attaccamento e alla mia fiducia verso il career coaching:

– si può perdere il proprio lavoro da un momento all’altro, nonostante anni di leale servizio e impegno, buoni rapporti con i colleghi e con i capi, disponibilità a fare sacrifici per l’azienda, ottime perfomance. Talvolta, si è licenziati anche solo perché “c’è la luna piena”, come dice Bolles. Non bisogna quindi abbattersi o colpevolizzarsi, ma sfruttare questa opportunità (sempre più frequente) per ricollocarsi nel mondo del lavoro in un ruolo soddisfacente e motivante;

– quando si cerca un nuovo lavoro, definire con minuziosità il ruolo e l’azienda ideali e conoscerli attraverso interviste e raccolte di informazioni permette di allungare la vita media aziendale. Tanti sono i casi di persone che lottano per un dato lavoro in una determinata azienda, per poi licenziarsi dopo alcuni mesi perché l’idea che se ne erano fatti era lontana dalla realtà;

– la paura che prova un individuo alla ricerca di un’occupazione o alle prese con un colloquio di selezione è condivisa dal datore di lavoro: motivi diversi, ma stesso stato d’animo. Quindi, Bolles spinge il candidato a pensare a cosa possa preoccupare il datore di lavoro e a come rassicurarlo;

– il lavoro ideale esiste, se solo si ha la pazienza e l’umiltà di affrontare un onesto e difficile viaggio in sé stesso, alla ricerca dei propri interessi, competenze, preferenze, motivator. Il testo converge verso un esercizio complesso, il “fiore”, che consente una rappresentazione grafica molto potente del proprio percorso introspettivo e informativo.

I difetti? Il libro appare in alcune parti eccessivamente ridondante, come se, nelle numerose riedizioni, Bolles avesse aggiunto di volta in volta degli strati, piuttosto che rimaneggiare il testo originario. Il secondo appunto è il suo essere fortemente “schierato” verso il cristianesimo, cosa molto comprensibile se si pensa che l’autore è un pastore protestante, ma difficilmente accettabile per un testo che si propone come uno strumento per tutti, indipendentemente da età, livello di istruzione e di esperienze, religione e Paese del lettore.

Credete che il lavoro ideale esista davvero?

Qual è il vostro?

Quali sono i dati oggettivi che vi spingono in quella direzione?

Cosa vi trattiene dal cercarlo?

  

  

  

  

  

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