Coaching e Neuroscienze

on BLOG, coaching 10 set, 2017

Coaching e neuroscienze

Da qualche anno a questa parte, si ricorre sempre più spesso alle neuroscienze per fornire una base scientifica al coaching e giustificarne il potente processo, che conduce a cambiamenti radicali, a nuovi comportamenti ed abitudini e al raggiungimento di obiettivi sfidanti.

Per neuroscienze si intende lo studio scientifico del sistema nervoso, che include non solo il cervello, ma anche il midollo spinale e le reti di neuroni e di cellule nervose sensoriali presenti in tutto il corpo. Al fine di comprendere i legami tra pensiero, emozioni, comportamenti, ricordi, atteggiamenti e malattie, i neuro-scienziati utilizzano tecnologie molto raffinate, come la risonanza magnetica e la neuroimaging.

Se applicare la neuroscienza al coaching può sembrare esagerato, voglio ricordare che ben diciassette anni fa il Dalai Lama si recò personalmente presso l’E.M. Keck Laboratory for Functional Brain Imaging and Behavior dell’Università del Wisconsin per fornire – ricorrendo alla Risonanza Magnetica Funzionale – prove di come il cervello modifichi il proprio modo di funzionare e le proprie sinapsi, al cambiare degli stati di coscienza e di meditazione. Da quella esperienza, nacque il bestseller “Emozioni distruttive”, scritto a quattro mani dal Dalai Lama stesso e Daniel Goleman.

Tornando al nostro argomento, posso senza dubbio affermare che la conoscenza del cervello è un elemento di grande importanza per i coach, che vogliano fare il salto di qualità nella propria disciplina: comprendere i meccanismi base di funzionamento del cervello può permettere al coach di interpretare più rapidamente e correttamente alcune risposte e reazioni del coachee, e di guidare con maggiore efficacia il cliente verso il cambiamento e la trasformazione. Che, per avvenire, devono necessariamente “avere il consenso” del cervello stesso.

Il punto cruciale, a mio avviso, è proprio questo: il cambiamento. I neuro-scienziati confermano ciò che ognuno di noi sa da sempre sia istintivamente che per esperienza, ovvero che il cambiamento radicale e duraturo è un obiettivo molto difficile da raggiungere. Ma perché? Perché, quando il nostro cervello rileva dei cambiamenti nell’ambiente, invia forti segnali che qualcosa non va come dovrebbe, che qualcosa di minaccioso potrebbe accadere. Tali segnali provengono dall’amigdala, la parte più antica, “rettiliana” del cervello, posta nella parte posteriore del cranio. L’amidgala è deputata a dare informazioni su possibili minacce, sia fisiche che psicologiche; se essa si attiva, i forti segnali emessi ci distoglieranno dal nostro obiettivo di ottenere un cambiamento, rafforzando, al contrario, il nostro impegno a mantenere lo status quo ante.

Se, invece, mediante opportune tecniche, il coach riesce a rassicurare il cliente, facendogli attivare la corteccia prefrontale – detta anche “cervello esecutivo”, posta nella parte anteriore del cranio –, si assisterà ad un'”apertura” verso novità e visioni di un futuro diverso. In tal caso, il cervello, interpretando e gestendo informazioni, impulsi elettrici e biochimici, permetterà di affrontare senza blocchi il nuovo con empatia e lungimiranza.

Quindi, possiamo dire che uno dei vantaggi più importanti del coaching è quello di permettere al coachee di concentrarsi su ciò che desidera veramente, spingendo la sua volontà oltre i segnali anti-cambiamento del cervello. E ciò può avvenire in diversi modi: mediante l’uso di domande potenti, esplorando le intuizioni del coachee, creando opportunità di riflessione, modificando i punti di vista, facendo delle simulazioni ed anche e soprattutto concentrando fortemente l’attenzione del cliente sul cambiamento da compiere e sul comportamento da adottare. Grazie alla plasticità del cervello, concentrare l’attenzione su qualcosa di nuovo permette, infatti, di creare nuove connessioni, introiettando pensieri e nuovi comportamenti, con un evidente effetto sul modo con cui percepiamo ed interagiamo con il mondo che ci circonda.

  

  

  

  

  

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