Cos’è il coaching per me: una caravella

on BLOG, coaching 13 feb, 2012

Eccomi alle prese col mio primo post.

Per l’occasione, mi affido ad una guida importante, ad un “coach” d’eccezione: António Lobo Antunes.

Ieri leggevo un suo racconto dal titolo “Lettre à Sherlock Holmes”*, in cui l’autore afferma che: la sorte delle persone mi fa enormemente pena. Le loro vite, nella maggior parte dei casi, sono orribilmente tristi. Vi sono persone che non se ne rendono neanche conto: accettano. E dietro i loro occhi tristi ve ne sono altri, degli occhi di bambini impauriti che non sanno dove vanno.

Anche a costo di essere accusato di eresia, propongo di giocare col brano di Lobo Antunes, invertendolo. Si otterrebbe qualcosa del genere: “la sorte delle persone mi dà un enorme piacere. Le loro vite, nella maggior parte dei casi, sono meravigliosamente felici. La maggior parte delle persone è molto consapevole: accetta la responsabilità di forgiare la propria vita. E dietro i loro occhi allegri ve ne sono altri, degli occhi di bambini curiosi che sanno dove vanno”.

Un bel salto di umore e di speranza, ottenuto cambiando solo poche parole! Basta sostituire il concetto di accettazione con quello di responsabilità e la paura con la curiosità e la vita da orribilmente triste diventa meravigliosamente felice.

Ecco, per me il coaching è proprio questa “inversione”, è un antidoto alle parole del grande scrittore!

Quando si smette di accettare supinamente ciò che ci arriva, quando non si ha più voglia di far finta di non “rendersi conto”, quando si vuole cominciare a sapere dove andare, anzi: a stabilire la direzione del cammino, quando si affronta il futuro con coraggio, determinazione e curiosità senza lasciarsi paralizzare da “previsioni” o condizionamenti, allora la vita diventa piacevole, degna di essere vissuta, ricca, non piatta. Il cambiamento è difficile, soprattutto all’inizio: bisogna infatti spezzare abitudini ed inerzie inveterate, vecchie accuse e scuse, probabilmente modificare rapporti con amici e familiari, reinventarsi una nuova immagine professionale o pubblica. Inoltre, non dimentichiamo che frequentemente si accede a tale nuova consapevolezza in seguito ad brutto “scossone”, che ci rende ancora più insicuri; ma ne vale la pena.

E il coaching dov’è, vi chiederete. È proprio qui: nel momento in cui si cambia volontariamente, lucidamente e di proposito il corso della propria vita personale o professionale, quando si comincia finalmente a prendersi per mano ed assecondare il proprio talento profondo, quando la responsabilità soppianta l’accettazione, si ha bisogno di un compagno, di un ascoltatore, di un sostenitore, di un pungolo, di un appoggio, di un guanto di sfida, di un modello, di qualcuno che creda in noi ma che non si accontenti. Si ha bisogno di un coach.

Bene, il mio primo post è terminato. Ringrazio i miei primi lettori e António Lobo Antunes, augurando a tutti noi un buon viaggio fortunato nel mondo del coaching, magari a bordo della caravella dell’azulejo. Sono sicuro che, col coaching, scopriremo la nostra America.

* Tratto dal “Livre de chroniques IV”, Christian Bourgois éditeur, 2009.

  

  

  

  

  

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