Dalla sconfitta al successo

on BLOG, carriera, successo 16 set, 2013

Dalla sconfitta al successo

La nostra società ci impone esclusivamente modelli vincenti ed è sempre pronta ad apprezzare il successo, anche se costruito su fondamenta dubbie o moralmente discutibili. Sin dalla culla ci viene inculcato il terrore per il fallimento e l’errore, paralizzandoci nell’impeto creativo e riducendoci paradossalmente le probabilità stesse di successo.

Eppure, non si riflette mai abbastanza sul fatto che la storia antica e recentissima è lastricata da centinaia di esempi di eccezionali successi nati proprio dal fallimento, spesso reiterato. Mi riferisco a successi pubblici e privati, nell’arte e nell’economia, nell’industria e nella carriera aziendale, nella scienza e nella politica; e c’è chi sostiene che l’unico modo per riuscire risieda nell’approccio “trial and error”.

La realtà, però, è che il fallimento, nel mondo occidentale, è un tabù e che siamo impreparati a gestire insuccessi, frustrazioni e delusioni, che sempre più spesso generano depressione o senso di inadeguatezza. Alcuni mesi fa leggevo che una scuola femminile inglese, la Wimbledon High School, ha istituito la “settimana dell’insuccesso”, per allenare le sue allieve a gestire le loro delusioni e ad utilizzare gli errori come delle leve di miglioramento. Un’ottima iniziativa da importare anche in Italia, perché “fare finta” che l’insuccesso non esista ed iper-proteggere le nuove generazioni non fa che allontanarle dalla riuscita stessa, qualsiasi forma essa possa avere.

Invece, il fallimento dovrebbe essere solo visto come un’occasione per riflettere sull’accaduto e per reagire, facendo tesoro di ciò che si è imparato. Punto. Senza giudizi morali o sulla persona.

Le due domande chiave – che i coach ripetono tanto ai coachee privati che ai manager in carriera – sono “cosa hai imparato da questa esperienza?” e “cosa farai diversamente in futuro?”. Perché solo l’apprendimento è alla base del successo: scorciatoie o alternative non esistono.

I risultati positivi si ottengono da cicli basati su motivazione, azione ed apprendimento: senza la prima, non ci si impegna, non si persevera e non si crede fino in fondo all’iniziativa che si sta per intraprendere. Senza la seconda, si rimane “potenziali” uomini in carriera, artisti, politici o imprenditori, ovvero si resta nel campo della fantasia. Dopo le azioni, ci deve essere un’attenta analisi dei risultati, per ripercorrere ciò che si è fatto ed ottenuto e sviluppare un nuovo comportamento o strategia. Questa pausa di riflessione permette di essere pronti ad un nuovo ciclo di azioni, questa volta migliorate e suffragate da un’accresciuta motivazione.

Oltre ad insegnare un atteggiamento positivo ed evolutivo, questo approccio ha anche il vantaggio di allentare la tensione e l’ansia di prestazione e di smantellare la credenza che ogni risultato sia definitivo ed il responso inciso sulla pietra. Demonizzare il fallimento significa divenirne schiavi; è molto più produttivo imparare a vederlo in maniera diversa.

Ripensando ad una recente esperienza negativa, cosa hai imparato?

Quali tre insegnamenti associ ad essa?

Se è vero che nulla accade per caso, cosa vuole dirti questo insuccesso?

Quanto questo insuccesso ti ha avvicinato alla tua meta?

E se il tuo insuccesso fosse un risultato positivo?

  

  

  

  

  

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