Discrimino ergo sum

on BLOG, career coaching, carriera, coaching, successo 7 ott, 2016

Discrimino ergo sum

Ne hanno scritto a lungo i giornali, lo hanno confermato recentemente l’Istat e la McKinsey, lo ha persino stigmatizzato il Papa l’anno scorso: in Italia le donne continuano ad essere discriminate sul posto di lavoro. Se in una grande azienda italiana la presenza media delle donne nei ruoli meno specializzati è poco più della metà sul totale, la percentuale si assottiglia man mano che si avanza lungo la scala gerarchica, arrivando al poco lusinghiero 81/19 a favore degli uomini nelle posizioni apicali. E questo 19% sarebbe di sicuro inferiore se in Italia non ci fossero delle legge relative alle quote rose o di genere. Ma la discriminazione non si sviluppa solo in senso verticale: a parità di ruolo, le donne percepiscono stipendi sensibilmente inferiori a quelli dei loro omologhi colleghi maschi.

Quali sono i principali motivi di questa iniqua distribuzione di opportunità e trattamenti tra uomini e donne? Sicuramente i pregiudizi – che, a mio avviso, vengono rafforzati dal concetto stesso di quota rosa – e un’immagine sociale della donna che lavora ancora non aggiornata, ma anche atteggiamenti e idee limitanti delle donne stesse: sensi di colpa, bassa self confidence, la certezza che il prezzo da pagare a livello personale e familiare per una carriera non ripagherebbe l’ascesa aziendale stessa. E, non ultima, la preferenza (consapevole o indotta che sia) accordata dalle donne a settori che intrinsecamente offrono meno opportunità di carriera, come l’insegnamento o, in un contesto aziendale, come il legale, le risorse umane, la formazione, l’information technology. In pratica, una scelta limitante fatta ai tempi della scuola o dell’università indirizza le donne verso funzioni di supporto o di staff, anziché verso quelle aree-chiave delle aziende come il finance o la produzione.

E il corporate coaching in questo contesto? Giusto per sgombrare il terreno da idee di discriminazioni di genere nel mondo del coaching, conviene sottolineare che, a livello globale, sono donne il 67% dei coach professionisti ed il 54% dei coachee, secondo lo studio annuale che PricewaterhouseCoopers conduce per conto dell’International Coach Federation (http://www.coachfederation.org/2016study). Detto ciò, parlando della mia personale esperienza, posso dire che la quasi totalità delle mie coachee prima o poi affronta le tematiche connesse alla discriminazione, ai pregiudizi e, sopratutto, alle proprie barriere mentali verso lo sviluppo della propria carriera. Quali sono i benefici che una lavoratrice può ottenere da un percorso di coaching? Ho raccolto, nell’ultimo anno, alcuni loro feedback sull’argomento:

  • Grazie al coaching ho capito che, non desiderando attivamente una carriera migliore, facevo del torto a me stessa.
  • Ho scoperto nuove motivazioni e nuove forze in me.
  • Non mi sono sentita sola, ma accompagnata e supportata e i risultati sono stati visibili dopo appena tre mesi.
  • Ho imparato a gestire riunioni di valutazione, confronti, con grande consapevolezza e autostima. Uscendone vittoriosa.

Cosa vi frena dal rivolgervi ad un corporate coach accreditato?

Quale beneficio rincorrete, allontanando il successo dalla vostra carriera?

  

  

  

  

  

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