Ecco a voi un worst case

on BLOG, coaching, sviluppo 5 gen, 2015

Ecco a voi un worst case

Vi voglio raccontare un evento vissuto in prima persona, un anno e mezzo fa. Non c’è invenzione in questo racconto: è cronaca.

Insieme a due colleghi, ero stato coinvolto in qualità di coach in un impegnativo corso di formazione e sviluppo manageriale, gestito da un blasonato gruppo di consulenti e formatori inglesi. Professionisti giustamente fieri di poter mettere a disposizione di una multinazionale il loro repertorio di servizi, ancor più in un corso “venduto” internamente come un investimento dell’azienda sui partecipanti stessi. Una sorta di credito di fiducia.

I ritmi erano incessanti tra interventi, simulazioni, sessioni di coaching, presentazioni. Verso il termine del seminario, ebbe luogo una simulazione, una sorta di role play, in cui due docenti rappresentarono a mo’ di attori due comportamenti opposti: quello giusto e quello da correggere. L’atteggiamento giusto, vincente, promosso, da emulare, “da vero manager” era rappresentato da camminata allegra e molleggiata, da occhiolini e sorrisi smaglianti, da ammiccamenti e scioltissimi “gimme five”. Tra le tantissime amenità, fu evidente che i formatori-attori si divertirono un mondo e con loro i numerosi partecipanti lì riuniti.

Quando fu il turno di rappresentare il comportamento errato, da estirpare, i due guitti si trasformarono in… in due depressi. Camminata lenta, spalle curve, sguardo basso e pauroso, assenza di espressione; rimasi colpito di questa banalizzazione discriminatoria, irriverente, francamente superficiale. Rimasi colpito da questa banalizzazione, dal contrasto stridente con il tono e i contenuti del corso stesso e dalle tante risate della classe.

Subito dopo, iniziarono delle sessioni di coaching di gruppo, in cui gli stessi partecipanti a turno ricoprirono il ruolo di coach, coachee e osservatori, sotto la guida mia e degli altri due coach.

Durante la pausa pranzo, al tavolo dei formatori ci scambiammo – come al solito – i feedback ed io feci notare con garbo l’assurdità della pantomima. Loro, sempre così attenti alla politically correctness, fino a quel momento così misurati nel proporre case studies e modelli manageriali, avrebbero in un altro contesto puntato il dito in maniera così intransigente verso un dato atteggiamento a favore di un altro? Avrebbero ridicolizzato allo stesso modo la diversità di opinioni, di reazioni, di comportamento, di storia? Avrebbero riso di – che so – un malato, di un diverso?

I docenti si schermirono: ovviamente si trattava di un’esemplificazione, di un momento di svago, non c’era alcuna malizia. Avevo forse frainteso.

Ebbene sì, ancora oggi, capita di osservare che alcune aziende vorrebbero che i dipendenti si modellassero sui loro desideri, sulle loro fantasie, sui loro schemi, senza importarsi delle reali indoli, delle differenze ed aspirazioni di ciascuno. Magari pubblicano sul sito web un elogio alla diversity, ma rifuggono da ogni “variazione sul tema”.

Ma l’aria – volente o nolente – sta cambiando rapidamente: ho la percezione persino fisica che episodi simili a quello descritto in questo post stiano diventando sempre più rari e che le aziende, grandi o piccole che siano, abbiano cominciato a capire che le risorse umane sono veramente risorse e sono veramente umane. Che solo investendo veramente sulle persone si può superare la crisi.

Ho molta fiducia in questo cambiamento culturale e nel coaching: questo è il mio augurio di un ottimo, evoluto 2015.

Qual è il tuo punto di vista a riguardo?

  

  

  

  

  

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