EXPO PARADE

on BLOG, trasformazione 7 mag, 2015

EXPO PARADE

Martedì ho avuto la possibilità di visitare per qualche ora l’EXPO: avevo fretta di averne una prima impressione e di capire di cosa si trattasse in realtà. Per due anni avevo caricato l’evento di grandi aspettative: speravo infatti di ricevere dall’EXPO informazioni e punti di riflessioni determinanti sul cibo, sull’alimentazione, sulle nuove tecnologie, sul futuro, sul progresso, sul Progresso dell’Uomo, sulla fame, e speravo che l’esposizione universale potesse rappresentare un’occasione per far compiere all’umanità un passo avanti nella direzione di una più moderna, sostenibile, equa alimentazione.

Ma già leggendo l’editoriale di Carlo Petrini il 30 aprile scorso su La Repubblica, avevo captato un monito poco rassicurante, un’esortazione era a non aspettarci nulla di più di una vetrina. Scriveva infatti Petrini: “Le esposizioni universali parlano tutte le lingue del mondo. Scelgono un tema e tutti i paesi sono chiamati a dire a che punto sono su quell’argomento. Sono narrazioni formali, perché sono i governi che partecipano alle esposizioni universali: così quegli appuntamenti finiscono per diventare documenti ufficiali. Sono — più che uno stato dell’arte, che per conoscere davvero quello i documenti ufficiali raramente servono — l’espressione di come ogni nazione narra sé stessa e dunque di come vorrebbe che il resto del mondo la pensasse.”

Ebbene, tra polemiche e proteste, tra verità e mistificazioni, tra trionfalismi e ridimensionamenti, dopo appena quattro giorni dall’inaugurazione, ero lì. Cosa mi è rimasto della mia visita? Un senso di grande tristezza, di grande occasione perduta. E di propaganda, come quella che mi ha profondamente infastidito nel padiglione della Thailandia (provare per credere).

Tra i tanti padiglioni visitati rapidamente, solo tre o quattro Paesi hanno “svolto l’esercizio” atteso: parlo dell’Angola, della Corea (molto commovente), del Marocco, oltre al Padiglione ZERO e a quello dello Stato del Vaticano. Per il resto, informazioni che non avevano nulla a che vedere col tema scelto, qualche “effetto speciale” (nel padiglione degli Emirati Arabi Uniti, per esempio, che merita una visita), bibite gassate, snack al cioccolato, parate. È passata persino l’Ape Maia! Il padiglione dall’invitante nome “Future Food District” (una chicca per un ingegnere come me) è in realtà è un supermercato… ed ogni cinque secondi un bambino continua a morire di fame e malnutrizione.

Per chiudere, una frase esposta nel padiglione del Vaticano: “La narrazione del Padiglione non è ancora terminata. Ora ciascuno è interpellato personalmente. Tornando alla propria vita quotidiana, ciascuno saprà lasciarsi interrogare dall’esperienza fatta e convertire la propria esistenza.” Ma, al di là delle ottime intenzioni e aspettative del Vaticano, a parte l’esperienza della festa e degli sponsor, cosa sarà rimasto ai più?

Terza ed ultima citazione: “Io credo nelle persone. Però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre d’accordo e a mio agio con una minoranza…” Nanni Moretti.

Credo sempre di più che il potenziale di cambiamento e di rinnovamento ci sia e sia enorme, ma possa venire solo da piccoli gruppi, moderni, puliti, sapienti, agili, che credono veramente nei valori che professano. Ce la faremo!

  

  

  

  

  

Leave a Reply