“Fatti non fummo a viver come bruti” CONT’D

on BLOG, career coaching, coaching, sviluppo, trasformazione 2 mar, 2014

“Fatti non fummo a viver come bruti” CONT’D

I miei auguri di Pasqua del 2013 ebbero la forma della descrizione di una messa in un penitenziario.

Oggi, dopo quasi un anno, torno sull’argomento per condividere un’esperienza tanto insolita – o addirittura unica per un career coach – quanto arricchente per me: un percorso di colloqui motivazionali e di selezione che ho svolto recentemente in un carcere di massima sicurezza.

Innanzitutto un po’ di storia. Un anno e mezzo fa, mi fu chiesto di gestire un progetto che nei più generava rifiuto: creare un atelier di produzione alimentare in un istituto di pena. Qualche settimana fa, terminate le questioni burocratiche, superati i ritardi imputabili ad entrambe le parti e completati i lavori per rendere un magazzino un ambiente idoneo alla produzione di alimenti, ho incontrato i detenuti previamente scelti dalla direzione del carcere, per conoscerli e selezionarli, essendo in un numero quasi doppio rispetto alle unità preventivate.

L’incontro in plenaria è stato abbastanza pesante emotivamente; il mio atteggiamento è stato quello di trattare i candidati facendo astrazione dalla loro condizione, pur non negandola in nessun momento. Trattarli come persone in un ambiente di emarginazione e pena. Mi rivedo seduto in cattedra, nella piccola aula della scuola media, con una quindicina di detenuti che mi guardano con degli occhi pieni di sentimenti a me sconosciuti. Ho pensato a “Memorie da una casa di morti” di Fëdor Dostoevskij, letto più di vent’anni fa; a nient’altro.

Il giorno dopo, ho avuto degli incontri individuali con ciascun candidato, per valutarne le motivazioni e questa tappa è stata molto impegnativa. Il vestito dell’ingegnere e soprattutto del coach mi hanno aiutato, ma mi hanno anche più volte lasciato nudo. Di cosa abbiamo parlato? Di ricerca di soddisfazione e dedizione, di promesse di affidabilità, di “non ho mai fatto festa in vita mia”, di voglia di fare qualcosa oltre alle solite flessioni e alle partite a carte. Abbiamo parlato di lavorare per dimenticare, di lavorare per una vita normale, di lavorare per immaginare, di sogno, di costruzione, di un esempio da offrire ai propri figli. Un esempio positivo. Abbiamo parlato di bisogno, di bisogni, di bisogno di viaggiare con la mente, di bisogno di soldi e di riscatto. Un riscatto che si transustanzia in un alimento che “uscirà”; non ci avevo pensato.

“Cosa mi sono portato a casa?” domanderebbe il coach. Un punto di vista diverso, molto diverso. Una prospettiva nuova verso il lavoro, la libertà, l’ovvio che non è mai tale, la nostalgia, i privilegi. Ogni detenuto ha sottolineato di essere una persona seria e rispettabile, trasmettendomi allo stesso tempo una lezione di fiducia, di umiltà, di impudenza.

À propos: non mi fa “piacere” andare in carcere, non ho alcuna spinta espiatoria, voyeristica o da martire. Talvolta, quando devo recarmici, lotto a lungo contro una voglia innaturale a restare a letto. Ma mi alzo e ci vado, come una sorta di servizio civile, come un qualcosa che dà un senso a me e al mio lavoro, come il prezzo che va pagato. All’essere più fortunati, all’aver sbagliato meno.

Dai diamanti non nasce niente.

  

  

  

  

  

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