FUORI!

on BLOG, trasformazione 29 nov, 2018

 

Fuori!

Cari lettori,

dopo una lunga assenza dal blog, torno con un mio articolo, pubblicato la settimana scorsa sul sito della Fondazione Lavoroperlapersona. Si tratta della storia di un’iniziativa di cui vado molto fiero: la creazione e lo sviluppo di un reparto produttivo all’interno del Penitenziario di Lanciano, in provincia di Chieti. Una storia di volontà, di differenze, di cambiamento, di lavoro, di riscatto…

Perché l’ho pubblicato sul blog della Fondazione Lavoroperlapersona? Perché questa Fondazione senza fini di lucro organizza senza sosta nello splendido borgo di Offida (in provincia di Ascoli Piceno) e in varie città italiane eventi, dibattiti, convegni che hanno al centro il lavoro, l’uomo, la dignità. E da un anno e mezzo collaboro con  grande entusiasmo con Generativa  e con altre realtà dell’ecosistema “Lavoro per la persona”.

Buona lettura!

 

 

“Fuori! Produrre in carcere per persone libere”

Marzo 2014, una delle mie prime, traballanti interazioni con delle persone detenute, peraltro in regime di alta sicurezza. Stavo selezionando i candidati per la formazione di operatore di pasticceria industriale e uno di loro mi dice “Ingegne’, sapete qual è la cosa che mi attira di più di questo progetto? Produrre degli alimenti che verranno mangiati da persone libere. Fuori!”

Sono trascorsi più di quattro anni, ormai mi sento di casa nella Casa Circondariale di Lanciano, in provincia di Chieti, ho conosciuto e selezionato diverse decine di detenuti, la persona che mi aveva parlato, nel frattempo, ha estinto la sua pena, è un operaio modello – un operaio libero – ed è stato persino convocato dal Santo Padre… ma quel momento mi è rimasto indelebile nella memoria. Grazie a quella osservazione, compresi come il progetto che avevo costruito con tanta dedizione, che nei quasi due anni di gestazione mi aveva dato gioie e frustrazioni, emozioni e speranze, in realtà non mi apparteneva. Apparteneva a loro, ai detenuti, che, ognuno in maniera diversa, gli attribuivano un significato da me non previsto, considerandolo un ponte tra dicotomie come dentro/fuori, padre assente/padre che alimenta moltitudini di bambini, persona a carico della famiglia/risorsa per la famiglia, vergogna/orgoglio, inerzia/attività fisica…

Facciamo un passo indietro: nel maggio 2012 un imprenditore con cui collaboravo da pochi mesi, Valerio D’Orsogna, mi convoca nel suo ufficio e, inaspettatamente, mi dice “I have a dream: aprire una linea produttiva in carcere”. Una linea PRODUTTIVA. Me lo dice in italiano, ma la frase comunque risuona subito in me, facendomi sorgere interrogativi sul perché stesse affidando questo compito proprio a me, senza conoscere il mio passato, né il mio almeno decennale interesse verso le tematiche carcerarie.

Il progetto, costruito insieme, assunse rapidamente le sembianze di una leva di cambiamento, consapevolezza e responsabilizzazione, fatta di senso del dovere, di lavoro vero e impegno, non certo costruita su assistenzialismo e pietà. Ancora oggi, credo che questo sia il principale punto di forza dell’iniziativa, insieme all’aver trattato e nel trattare ogni detenuto in formazione, ogni operatore in prova, ogni operatore esperto sempre con il rispetto che si DEVE ad ogni uomo e che si rafforza da una reciproca assunzione di responsabilità. Una partnership senza secondi fini, un “contratto di lavoro” ideale, ma non utopico o idealizzato, che da una parte permette di raggiungere alti livelli qualitativi e produttività record e, dall’altra, ci spinge a destinare i benefici dell’ottima Legge Smuraglia in attività per i detenuti stessi.

Un po’ di cronistoria: nell’estate 2012 presento l’idea progettuale al Provveditorato Regionale del Ministero della Giustizia, che subito la accoglie con favore. Nella seconda metà del 2012 concordo con le parti interessate (ASL, Direzione della Casa Circondariale, Ministero, Vigili del Fuoco, azienda) gli interventi da realizzare, per rendere un inospitale e insalubre magazzino in un atelier di produzione alimentare conforme ai più rigidi standard di igiene e sicurezza. Poi, seguono dodici mesi di buio, un anno di paralisi  burocratica, di domande tornate indietro più e più volte, sino alla nomina – nel gennaio del 2014 – di un’illuminata e fattiva Direttrice, Maria Lucia Avantaggiato, che, pur di non perdere neanche un giorno, corre a conoscermi in azienda, felice di poter costruire insieme a me un timing in puro stile aziendale. Altra dicotomia. E proprio sulle differenze, su approcci distanti, su responsabilità immensamente diverse, ma anche e sopratutto sul profondo rispetto reciproco, sulla medesima, caparbia fiducia nel progetto e sull’evidenza dei risultati, azienda e Penitenziario hanno dato vita a una vera e propria linea produttiva-modello, che, nel 2016, ha ottenuto la prestigiosa e severa certificazione British Retail Consortium sulla sicurezza alimentare.

Un po’ di numeri e processi: in questi anni, abbiamo formato oltre cinquanta operatori, ne abbiamo impiegati circa trenta ed altri dieci lo saranno nel 2019, abbiamo ospitato in fabbrica diversi detenuti che beneficiavano dell’Articolo 21 (autorizzazione al lavoro all’esterno della Casa Circondariale), ci siamo sempre resi disponibili ad un’assunzione in fabbrica degli operatori ormai liberi, abbiamo fornito più di una volta assistenza legale e offerto garanzie per alloggi…

Come per il personale “libero”, l’iter di selezione e formazione prevede che ogni candidato detenuto sostenga un colloquio di gruppo, poi un colloquio individuale motivazionale e conoscitivo in modalità coaching, compili un questionario aziendale di personalità e sia formato per due settimane su igiene, sicurezza, norme comportamentali, diritti e doveri dei lavoratori, processo industriale, modulistica. Infine, dopo un periodo di affiancamento agli operatori esperti di circa un mese e mezzo, i candidati idonei sono assunti a tempo determinato con un inquadramento di operaio comune di VI livello, in accordo con il CCNL dell’Industria Alimentare.

I turni sono di quattro ore giornaliere (per raddoppiare il numero di personale detenuto impiegato), dal lunedì al venerdì; dopo sei mesi di lavoro, uno scatto di livello.

A proposito dell’Articolo 21, non posso nascondere le iniziali difficoltà di inserimento dei primi due detenuti in azienda, un italiano e un cinese, quasi tre anni fa. In fabbrica, in tanti li guardavano con sospetto, paura e curiosità, ponendo domande sul perché, invece che ai propri figli disoccupati, si offrisse questa opportunità lavorativa a due “delinquenti”. Questa fase durò poco, anche grazie alla sensibilità e alla dedizione della loro line manager; dopo poche settimane, i “diversi” divennero “uguali”, gli “estranei” divennero “noti”, il binomio noi/loro scomparve dal vocabolario… E, a quel punto, potemmo cominciare a far ruotare i due detenuti su più linee produttive, per farli conoscere in azienda e, sopratutto, per offrire loro occasioni di socializzazione: si era avviato un circolo virtuoso, un processo di evoluzione dell’INTERA comunità aziendale.

Sono profondamente convinto che servano altri dieci, cento, mille progetti come questi in Italia. I have a dream too.

  

  

  

  

  

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