Il career coaching e l’outplacement

on BLOG, career coaching, carriera, outplacement 20 nov, 2012

Il career coaching e l’outplacement

In Italia da qualche tempo si parla – per fortuna! – sempre più spesso di outplacement, ma, a mio avviso, non lo si associa e collega come si dovrebbe al coaching ed ancor più al career coaching.

In questo post vi spiego perché i due concetti di outplacement e career coaching siano strettamente connessi.

Innanzitutto, qual è il significato del termine outplacement? L’Oxford Dictionary of English lo definisce come “la fornitura, a dipendenti in esubero, di assistenza nella ricerca di una nuova occupazione. Si può trattare di un benefit offerto direttamente dal datore di lavoro o di un servizio erogato da specialisti.”

In altri termini, si tratta di assistere il lavoratore in esubero o già disoccupato a trovare un nuova occupazione che faccia al caso suo, incrociando (1) le opportunità lavorative disponibili con(2) l’individualità del soggetto stesso, ovvero con le sue competenze, esperienze, aspirazioni, motivazioni ed ambizioni.

Io vedo l’outplacement come una sana e moderna evoluzione del vecchio concetto di “ufficio di collocamento”, che (magari banalizzo un po’) contattava i disoccupati quando si rendeva disponibile un posto di lavoro, seguendo principalmente una fredda logica di scorrimento“first in first out”. Nello scenario attuale, improntato alla flessibilità – che sicuramente diventerà sempre più diffusa ed aggressiva nel prossimo futuro – l’outplacement costituisce un netto salto di paradigma, in quanto consente al lavoratore di diventare padrone del proprio futuro professionale, protagonista del cambiamento, eventualmente preparando e gestendo svolte professionali rispetto al background acquisito in precedenza.

In termini più operativi, l’outplacement svolge tre attività:

1. ricerca attiva e continua di opportunità di lavoro, partendo dall’assunto che solo una infima parte di esse è comunicata in maniera appropriata all’esterno, con l’effetto che raramente l’azienda trova la persona giusta;

2. individuazione del futuro lavorativo migliore per il candidato, analizzando tutte le variabili riportate sopra: dalle esperienze passate al futuro desiderato;

3. supporto al candidato per fargli “incontrare” l’occasione giusta. Questa fase prevede interventi di selezione, formazione, preparazione e, in casi particolari (come per esempio, in caso di volontà di creare un’attività in proprio), assistenza e consulenza.

Dove si colloca il career coaching in questo panorama evoluto? Sicuramente nel secondo pilastro e in parte nel terzo. Infatti, il lavoratore che sta affrontando un momento di difficoltà lavorativa è di per sé in preda a paure di natura economica e relazionale, che lo distolgono dall’essere chiaro e positivo nella scelta e nella progettazione del proprio futuro. Normalmente, se lasciato solo, il suo approccio è più vicino a quello della vittima che subisce i cambiamenti esterni che a colui che trasforma ciò che gli accade in opportunità.

Il sostegno necessario in questa fase è quindi PURO COACHING, PURO CAREER COACHING: sviluppo della motivazione associata a sviluppo del potenziale e visioning. E ciò è confermato dal fatto che nei paesi anglosassoni la figura del coach e ancora più del career coach svolge sempre un ruolo principale nelle società di outplacement. Qui da noi, invece, si ha la tendenza ad affidare questa attività agli psicologi, ma mi domando: dov’è la turba da indagare e curare? Per quale motivo scandagliare il passato del lavoratore se l’outplacement è per definizione rivolto ad un futuro più roseo?

Il modello dell’outplacement, in Italia ignoto ai più, è operativo da decenni in paesi vicini come la Francia ed ho potuto constatare personalmente che permette di creare il seguente circolo virtuoso: l’azienda assume personale più motivato, il lavoratore fa chiarezza in sé e si avvicina alle proprie ambizioni e, infine, impara a vivere con più leggerezza il lavoro.

In Francia, anche grazie alla politica di outplacement, la concezione del lavoro è ben diversa da quella depressiva nostrana: il lavoro non è visto come un qualcosa da subire, che si è scelto più o meno consapevolmente a diciotto anni con la prima assunzione o con l’iscrizione all’Università e che si deve trascinare e sopportare per altri quattro decenni!

Conosco quasi una decina di amici o ex colleghi che hanno deciso di cambiare vita e lavoro grazie a servizi di outplacement e all’accompagnamento di career coach. Con il supporto dello Stato, che preliminarmente ha verificato la serietà delle loro motivazioni, ingegneri alimentari sono diventati coach, informatici si sono convertiti all’edilizia, persone un po’ perse si sono inserite nella ristorazione, contabili hanno aperto negozi di fiori esotici, tecnici amministrativi si sono convertiti alla produzione di vini …

Se potessi ricominciare e non ci fossero limiti di tempo o denaro, quale scelta lavorativa faresti?

Quale mestiere ti ha sempre attirato?

In quale attività sei sicuro che ti realizzeresti?

Quale attività svolgeresti persino gratis?

  

  

  

  

  

One Response to “Il career coaching e l’outplacement”

  1. […] più di un anno fa, nel post “Il career coaching e l’outplacement”, avevo introdotto il tema dell’utilizzo del career coaching nei programmi di politica attiva […]

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