Il career coaching nelle politiche attive del lavoro 1/2

on BLOG, career coaching, coaching, outplacement 11 apr, 2014

Il career coaching nelle politiche attive del lavoro

Poco più di un anno fa, nel post “Il career coaching e l’outplacement”, avevo introdotto il tema dell’utilizzo del career coaching nei programmi di politica attiva del lavoro. Avevo sostenuto la tesi che il career coaching fosse lo strumento più idoneo sia per l’individuazione del futuro lavorativo ottimale che per il conseguente accompagnamento del candidato verso l’occasione lavorativa “giusta”. In altre parole: il career coaching può essere messo al centro delle politiche attive del lavoro per sviluppare la motivazione, il potenziale e la visione, come d’altronde dimostrato da Paesi con maggiore esperienza nell’ambito dell’outplacement.

Oggi, a distanza di quindici mesi e tre governi, la situazione è leggermente migliorata: la differenza tra politiche passive e politiche attive del lavoro è ormai chiara ai più e anche il concetto che non ci si possa più permettere di adagiarsi pigramente su sussidi di disoccupazione e ammortizzatori sociali (due forme di politiche passive del lavoro, appunto) sembra essere accettato dall’opinione pubblica e dalla politica. Sembra, quindi, che anche in Italia si possa cominciare a parlare seriamente di politiche attive del lavoro, ovvero di interventi che incidano direttamente sulla struttura del mercato del lavoro e sulle cause stesse della disoccupazione, mettendo il soggetto al centro di un processo di crescita e sviluppo “su misura”, che lo indirizzi alla prossima occupazione.

L’OCSE – l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – distingue varie categorie di interventi di politica attiva, i più moderni ed incisivi dei quali, a mio avviso, sono: i sussidi all’occupazione (si badi bene: all’occupazione e non sussidi alla disoccupazione), il sostegno per la nuova imprenditorialità e le attività di orientamento e collocamento lavorativo. Il tutto con un solo obiettivo: evitare che un soggetto esca impreparato dal mondo del lavoro e resti troppo a lungo in una condizione di disoccupazione, trasformando la crisi lavorativa in un’opportunità di conoscenza, crescita e realizzazione. Si tratta, a ben vedere, di un totale capovolgimento di un paradigma generalizzato.

La lezione è finita, tranquilli. Cosa significa il mio preambolo? Che ci si sta muovendo da una tutela indiscriminata ed universalistica del lavoratore a degli interventi personalizzati, mirati, che includono momenti di conoscenza, di approfondimento, di studio, di career coaching, di accompagnamento, ma anche di obblighi e dimostrazioni di impegno. E di doveri: non si può assolutamente più accettare – sia a causa della crisi economica in atto, sia per un processo di sviluppo della società e dei singoli – che gli inoccupati e i disoccupati non partecipino a programmi di politica attiva. La partecipazione attiva a tali programmi e iniziative deve diventare un obbligo, pena la perdita del sussidio.

Il “valore” delle politiche attive del lavoro non deve né può essere pesato e giudicato sul loro ammontare in euro, ma sulla loro efficacia, sulla loro produttività, sul fatto che possano realmente liberare energie e non legare i soggetti ad un assistenzialismo tanto avvilente quanto comodo. In altre parole, bisogna sviluppare dei programmi di outplacement con partecipazione obbligatoria, che utilizzino il career coaching come perno e che accelerino il rientro nel mondo del lavoro dei soggetti. Paesi che si sono mossi prima di noi (penso a Francia e Germania) nell’investimento nelle politiche attive hanno ridotto vistosamente i tassi di disoccupazione e i tempi di rientro nel mondo lavorativo; oggi, a regime, possono permettersi sistemi di protezione sociale molto meno ampi e costosi dei nostri.

Continua tra due settimane.

  

  

  

  

  

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