Il career coaching nelle politiche attive del lavoro 2/2

on BLOG, career coaching, coaching, outplacement 23 apr, 2014

Il career coaching nelle politiche attive del lavoro

Torniamo sull’argomento dello scorso post: il career coaching nelle politiche attive del lavoro.

Gli obiettivi degli interventi di politica attiva del lavoro sono il supporto dei soggetti durante la transizione, la formazione dei candidati, la costituzione di un rapporto diretto e proficuo tra essi e il sistema delle imprese, il reinserimento del lavoratore, la creazione di condizioni per una realizzazione lavorativa e non solo. Alternative a questo modello non sono sostenibili e non hanno dato risultati utili: bisogna che da subito lo Stato (responsabile delle politiche del lavoro) avvii dei progetti con le Regioni (competenti per la formazione professionale) per garantire formazione, tirocinio, apprendistato, accompagnamento, sostegno. Gli effetti devono essere valutati mediante indicatori indiscutibilmente oggettivi: tasso di reimpiego, tasso di imprenditorialità post intervento, differenziale tra il livello di remunerazione precedente e quello successivo all’intervento.

L’approccio deve essere aziendale: non più soldi a pioggia, ma finanziamenti solo dove serve e dove si ottengono frutti. E, anche in questo ambito, il pragmatismo basato su azioni SMART tipico del coaching è fondamentale: se il programma o l’ente erogatore non rendono o producono effetti modesti e di scarsa qualità, si deve valutare e agire tempestivamente. Non si tratta di un’utopia, considerando che altri Paesi hanno già adottato con successo questo modello e che l’Italia non utilizza le risorse dei fondi strutturali europei a sua disposizione; altri Paesi europei, dopo appena due o tre anni, hanno già invertito la tendenza. Insomma: l’Italia ha percentuali di spesa bassissime in politiche attive del lavoro, fondi inutilizzati e strumenti a disposizione come il career coaching, ma ci si continua a lamentare del nostro tasso di disoccupazione o dei costi della crisi. Dobbiamo solo avviare la macchina il prima possibile, girando la chiave con fiducia e pragmatismo.

Un’ultima osservazione, assolutamente personale ed opinabile: sarà una deformazione professionale, ma ho difficoltà a comprendere il concetto stesso di disoccupazione. Non voglio assolutamente offendere le famiglie in difficoltà e senza reddito da lavoro, i disoccupati angosciati, che arrivano anche a commettere gesti definitivi e tristissimi, e i tanti disorientati: sono con loro e condivido le loro preoccupazioni e difficoltà. Però, essere licenziato non è sinonimo di aver fallito, di essere un peso per la società e la propria famiglia, di non avere più speranze o alternative. Ci sono infinite alternative ad un impiego, infinite possibilità di essere attivi e autosufficienti: da coach vi posso assicurare che le opzioni sono innumerevoli e basta solo volerle cercare e avere il coraggio di coglierle.

Chi può contribuire a modificare l’attuale paradigma, riuscendo a trasformare una crisi lavorativa in opportunità?

Quale esempio serve?

Cosa possiamo fare noi?

  

  

  

  

  

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