Il coaching e la neuroplasticità

on BLOG, coaching, neuroscienze 1 ott, 2017

Il coaching e la neuroplasticità

Come già discusso nel precedente post, le neuroscienze stanno fornendo una più approfondita comprensione del funzionamento del cervello e a loro si può ricorrere per dimostrare i benefici del coaching.

Ad oggi, uno dei più importanti risultati raggiunti delle neuroscienze è l’aver provato che il modo di sperimentare e percepire non è fisso, ma cambia sulla base delle esperienze che facciamo e delle domande che ci vengono poste; tale fenomeno è detto neuroplasticità. Mentre in passato si pensava che il cervello fosse predeterminato alla nascita, immutabile, ormai è stato appurato che esso, anche in età adulta, è continuamente soggetto a modifiche ed “aggiornamenti”.

Esperienza e ambiente, quindi, influenzano lo sviluppo e il funzionamento del cervello e il coaching, in questo determinato contesto, ha il compito di facilitare nel coachee cambiamenti in pensieri, emozioni e comportamenti, ovvero, rispettivamente, in atteggiamenti, consapevolezze e abitudini. Ma come il coaching può generare tali cambiamenti, facendo contemporaneamente compiere dei progressi nel cliente in termini di consapevolezza, auto-coscienza, auto-motivazione, resilienza, ottimismo, auto-efficacia? Tre concetti-chiave provenienti ancora dalle neuroscienze forniscono chiare risposte:

  1. IMMAGINARE E FARE, PER IL CERVELLO, PARI SON. Come dicevamo, le aree del cervello associate a emozioni e ricordi – come la corteccia pre-frontale, l’amigdala e l’ippocampo – sono “plastici” e cambiano, durante l’apprendimento e la formazione della memoria, in risposta alle esperienze. Mentre la percezione è il processo di acquisizione, interpretazione ed organizzazione di informazioni sensoriali reali (immagini, odori, gusti, sensazioni tattili), l’immaginazione è relativa a situazioni e sensazioni create con la mente e non (ancora) avvenute. Ciò che si è appreso è che l’immaginazione attiva gli stessi percorsi neuronali dell’esperienza reale: da ciò discende che le sollecitazione del coach a visualizzare una vita diversa, a costruire passo dopo passo un cambiamento futuro, a immaginarsi “dall’altra parte del ponte” provocano delle mutazioni nel cervello al pari delle esperienze reali, dileguando blocchi e paure e rendendo, di conseguenza, l’obiettivo più vicino e realizzabile.
  2. L’ACQUISIZIONE DI NUOVE PROSPETTIVE SBLOCCA IL CERVELLO. Il coach spinge il cliente ad elaborare nuove prospettive, mediante domande potenti, provocazioni ed ascolto attivo; nel momento in cui ciò avviene, il coachee può sganciarsi da blocchi emotivi, di fatto aggirando l’amidgala.
  3. ALLA BASE DI UN CAMBIAMENTO, C’È SEMPRE UNA RELAZIONE. Si sa che la relazione terapeutica ha la capacità di aiutare i clienti a modificare i sistemi neuronali e a migliorare l’equilibrio emotivo, facendo generare risposte fisiologiche positive. Allo stesso modo, il coaching, in individui sani, grazie alla potente relazione di partnership basata su fiducia, supporto e apprendimento, favorisce il cambiamento nel coachee.

Possiamo concludere dicendo che pratiche di coaching sviluppate e raffinate negli anni da coach in giro per il mondo, mediante intuizioni, prove, correzione di errori ed attingendo a varie discipline, sono state dimostrate essere efficaci, attraverso mezzi scientifici, non opinabili. Personalmente, ciò mi suscita orgoglio e rappresenta un ulteriore sprone a procedere con sempre più fiducia ed entusiasmo sulla via del coaching!

  

  

  

  

  

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