Il coaching, l’arte di gestire le resistenze

on BLOG, coaching, successo, sviluppo 10 feb, 2014

Il coaching, l’arte di gestire le resistenze

C’è chi definisce il coaching come l’arte di gestire la resistenza del coachee. Tout court.

Il coaching è un’attività che mi dà enormi soddisfazioni; penso a quando un coachee mi telefona per dirmi che il colloquio di lavoro è stato un successo, che la sua performance in una riunione importante ha attirato le attenzioni di un alto dirigente, che ha appena firmato un contratto qualche mese prima neanche immaginabile, che si sente a proprio agio in situazione e ambienti precedentemente stressanti. In questi momenti gioisco, ben conscio che i risultati sono frutto dell’impegno del cliente, ma consapevole di aver facilitato un progresso diretto verso il successo e l’autonomia.
Ma il coaching è anche un’attività estremamente impegnativa per la gestione delle resistenze che anche il coachee più motivato e impegnato nel processo di cambiamento prima o poi oppone. Resistenza al cambiamento, resistenza legata alle critiche e allo scetticismo di amici e parenti, resistenza dovuta all’affiorare del sabotatore interno, resistenza dinanzi ai primi successi, che presagiscono una prossima svolta… Paura. A mio avviso, è sempre e solo paura. Paura del cambiamento. Come si manifesta? Dipende dal coachee, dal suo carattere, dal suo contesto: si può manifestare con una sensazione di rabbia, con amara ironia, con sarcasmo, con tentativi di fuga, con frasi pessimistiche tipo “non ci riuscirò mai”, con attacchi verbali diretti al coach. Tutto prevedibile; alcuni testi indicano persino in quale sessione i segni di resistenza cominciano a manifestarsi in maniera più veemente.

È proprio in questa fase del percorso di coaching che il coach dimostra maggiormente le proprie abilità e la propria esperienza. Poiché ogni manifestazione di resistenza è diversa, non ha senso parlare di una strategia e di un tool che vadano bene in tutti i casi. C’è il coachee che vuole essere rassicurato, colui che deve sfogarsi verso il coach (anche se poi il cliente finirà per ringraziarlo della sua pazienza), c’è il cliente che deve essere ri-convinto che il coach è un suo alleato. Sono momenti delicati in cui, sopraffatto dai timori del cambiamento, il coachee ha anche bisogno di sfidare e testare il proprio coach, a cui all’inizio si era affidato quasi senza critiche. Si tratta di un coacervo di necessità e sensazioni, di bisogni opposti, di paure e sfide, che confermano le parole di una grande master coach, Mary Beth O’Neill, che definisce il coaching come un’attività sistemica diretta al successo del cliente, che richiede tanto spina dorsale quanto cuore.

Come mi adopero per superare questi momenti? Senza sottovalutarli, senza trattarli come un tabù, ma discutendone sempre, fungendo – come al solito – come uno specchio e sottolineando le contraddizioni insite nella resistenza stessa ed indagando a fondo il loro significato e la necessità che nascondono. È talvolta stancante, talvolta richiede numerose iterazioni, ma è l’unico modo che, finora, ha sempre ricondotto il coachee verso l’azione e verso il vero focus: il successo. Non solo, se il coachee impara a conoscere la propria naturale tendenza alla resistenza, all’omeostasi, imparerà anche a riconoscerla e gestirla in anticipo.

A cosa resisti?
Se non resistessi, dove saresti, ora?
Quali sono i vantaggi della tua resistenza?

  

  

  

  

  

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