Del career coaching, del successo, delle abitudini e… della follia

on BLOG, career coaching, coaching, successo 8 mag, 2012

C’è chi definisce la follia come la ripetizione delle stesse azioni o comportamenti sperando che l’esito cambi.

Non sono uno psichiatra, per cui non mi pronuncio sulla follia, ma sono certo che l’assenza di sviluppo personale e di successo nella vita e nel lavoro consista nella ripetizione pedissequa di azioni e comportamenti.

La ripetizione di schemi abusati, la gabbia delle abitudini e l’unicità di prospettiva comportano un appiattimento delle possibilità e sono i tre grandi nemici dell’evoluzione, della trasformazione e del successo. Uscire dalle abitudini non è impresa da poco ed impone di contrastare l’innata paura dell’ignoto e di sfidare completamente il proprio mondo. Molto spesso l’individuo, da solo, non ci riesce o non ci prova neanche, schiacciato da previsioni catastrofiche che auto-produce, narcotizzato dal vortice della vita moderna, che ha l’intimo proposito di annullare i momenti di riflessione e, quindi, conseguenti sovvertimenti. Spesso si è disorientati da una società che propone modelli di successo ma al tempo stesso sabota nei fatti la diversità ed i tentativi di autoaffermazione.

Per affrontare e vincere la sfida della lucida trasformazione e della costruzione del successo, avvalersi di un career coach può rappresentare LA soluzione. Il career coach, difatti, presta un duplice servizio al proprio coachee: fornisce una pluralità di punti di vista e co-crea col cliente una rete di supporto. In questo modo, si sviscerano le opzioni e le opportunità, si previene il futuro, si esorcizzano i mostri, si combatte la solitudine ed il cambiamento diventa meno stressante, il percorso più piacevole, la meta realizzabile.

Inoltre – non mi stancherò mai di sottolinearlo – il cliente apprende sul campo le competenze di osservare la situazione sotto angoli diversi e di pianificare piani di azioni comprensivi di piano B, sviluppando autostima, fiducia in sé ed autonomia.

Ma il difficile non è solo nell’avvio del processo di coaching e, quindi, di trasformazione: ogni coachee sperimenta, presto o tardi, anche la resistenza omeostatica, ovvero quel richiamo allo stato precedente, quella tendenza a sabotare i tentativi di cambiamento e ritornare allo status quo ante. Come si suol dire: le abitudini sono dure a morire, persino se l’individuo sta sperimentando il successo ed è energizzato. Si tratta di un fenomeno assolutamente naturale e inevitabile, al quale il career coach prepara in anticipo il cliente, per evitare egli che lo interpreti come un fallimento. C’è chi arriva addirittura a definire il coaching come l’opposizione alle resistenze del coachee!

Un buon career coach, paradossalmente, non si oppone alla resistenza del coachee, ma cerca di spostare questa energia su azioni utili e di sviluppo, su canali positivi. L’analogia che mi viene in mente è quella dello judoka, che, invece di utilizzare la forza, si impegna a “deviare” l’energia insita nell’attacco contro l’avversario stesso, senza irrigidirsi né cercare di evitare le mosse del contendente.

Talvolta, occorre giusto il coraggio, da parte del coach, di mettere in evidenza il processo omeostatico che il coachee sta attuando ed analizzarlo, per cambiarne la direzione.

Che ne dici di tuffarti nel career coaching e, quindi, nella lucida ed attiva costruzione del tuo successo? Cosa ti frena?

  

  

  

  

  

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