Italia l’e’ morta?

on BLOG 24 lug, 2014

Italia l'è morta?

Giorgio Napolitano ha recentemente affermato che “se i giovani non trovano lavoro, l’Italia è finita”. Credo che l’Italia sia finita anche nel caso in cui siano gli adulti a non trovare lavoro. Avrei preferito che avesse detto che “se gli italiani non trovano lavoro, l’Italia è finita”.

Giusto ricordarlo, il Presidente ha fatto bene ad essere così diretto; sorvoliamo sui miei dubbi relativi al tempismo di tale affermazione e alla sua traduzione in fatti.

Come hanno reagito i media? Per un paio di giorni, la dichiarazione di Napolitano è stata riproposta in maniera ossessiva. Poi, sono apparsi numerosi articoli su casi di successo di giovani che non si sono arresi alla crisi, ma sono restati in Italia, lanciandosi in un’attività imprenditoriale, creativa, magari no profit. L’impressione che ho avuto è che la stampa ha semplicemente cercato di gestire l’ansia al pari di uno qualunque di noi, che elenca le azioni da completare su un foglietto o un post-it. E ha anche cercato di rassicurarsi che non tutto è perduto, che ci sono energie sane, idee nuove, alternative virtuose; a mio avviso, il punto non è se tutto ciò ci sia o non ci sia (c’è!), ma piuttosto è sulle difficoltà che questi “soggetti di successo” hanno incontrato nel lancio e nella gestione quotidiana della loro attività e sui tanti che hanno desistito o dovuto desistere prima di poter assurgere alle cronache.

Ci sono strumenti nazionali ed europei a sostegno della formazione, dell’occupazione, dell’imprenditoria, del terzo settore, del sostegno all’outplacement, eccetera, ma appena dieci giorni fa le statistiche riportavano dati agghiaccianti: in un settennio, in Italia, una trentina di persone ha trovato un posto grazie ai corsi di formazione finanziati dal Fondo Sociale Europeo. Trenta, non trentamila, ovvero il 15% di quanti avevano completato la formazione! A fronte di diverse decine di migliaia in Francia e Germania: una differenza di tre ordini di grandezza, a parità, grossomodo, di investimenti. Vedo due possibilità: o i fondi sono stati impiegati in maniera “diversa” o i programmi e i relativi servizi non erano adeguati, professionali, mirati, all’altezza dell’immissione dei candidati nel mondo del lavoro.

Insomma, un panorama buio. Ma non dell’Italia, bensì di una certa Italia, che dovrebbe essere giudicata sulla base dei propri risultati e premiata o punita, invece di consentirle di continuare ad accedere e gestire fondi che non portano a nessun beneficio per la comunità. Servirebbe una cultura di mercato, una cultura di performance, una cultura di merito, una cultura moderna. Io mi impegno ogni giorno, in ogni interazione, strenuamente in questa direzione, anche se – almeno per ora… 😉 – non sono nominato sulle nostre italiche, ansiose riviste!

  

  

  

  

  

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