Medici

on ascolto, BLOG, coaching 7 gen, 2016

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Il mio 2015 è stato caratterizzato da una tendinite al polso destro, che, attutita, persiste tuttora. Il primo febbraio mi sono svegliato con un fastidio, che rapidamente si è tramutato in dolore, al punto da non riuscire a guidare o girare una chiave. Così, mi sono recato dal mio medico di famiglia, da un ortopedico, poi da un secondo ortopedico, a settembre sono tornato dal medico di famiglia, che mi ha consigliato di rivolgermi a un reumatologo, da cui mi sono fatto visitare ad ottobre e pochi giorni prima di Natale.

Bilancio: sei visite da quattro medici diversi in una decina di mesi.

Soluzione del problema: no.

Ma non voglio parlare dell’assenza della soluzione, ma piuttosto della modalità con cui si sono svolte le visite: su sei visite, solo in un’occasione un medico mi ha toccato, in un altro caso il medico era solo interessato a sfuggire nell’altra stanza per evitare che gli potessi chiedere una fattura o ricevuta, il reumatologo (con cui ho anche litigato) per due volte ha sminuito il mio problema dicendomi che, se ci fosse stato qualcosa di grave, sarei rimasto paralizzato, mentre ero in piedi e continuavo a lavorare. Oltre a ciò, un’assoluta mancanza di empatia da parte dei tre specialisti, mancanza di interesse, di dialogo, di accoglienza. Mi sono domandato molte volte, in questi tanti mesi, quali possano essere i motivi che spingono un lavoratore o un professionista a scadere nella più bieca assenza di interesse verso il proprio cliente, in contraddizione con la propria stessa missione lavorativa. E mi sono anche analizzato, per capire se anche io, in talune attività tecniche o di coaching, spinto dalla routine, mi comporti come loro; ciò perché la molla – credo – che spinge a tali slittamenti deve essere subdola, al punto che lo stipendio alto, lo status sociale, il “posto fisso”, il giuramento di Ippocrate, i tanti anni di studio, il confort non riescono ad arginare questo decadimento. O il decadimento è proprio figlio del confort, del posto fisso, dello stipendio alto, in assenza di un efficace sistema di controllo?

Mi ricordo una delle primissime lezioni del corso per coach professionisti, in cui venivano riportate proprio delle statistiche statunitensi sui medici di una quindicina di anni fa, da cui si evinceva che più il medico ha un approccio aperto ed empatico verso il paziente, minore è il numero di querele a lui rivolte dai pazienti insoddisfatti. E un articolo sulla relazione diretta, quantificabile tra raccolta dei feedback dei clienti e successiva implementazione in tutta l’organizzazione di azioni correttive e successo dell’azienda.

Entrambi gli studi hanno più di un decennio, ma in taluni contesti c’è molto da fare. Mi tengo la tendinite (sperando che passi) e credo che dei coach si abbia sempre più bisogno!

Alla luce della mia esperienza, analizzando il tuo lavoro quotidiano, quanto ti comporti come i miei “specialisti”?

Se avessi un coach al tuo fianco, su cosa lavoreresti per fornire un servizio sempre migliore al tuo cliente, interno o esterno che sia?

  

  

  

  

  

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