‘O gallo ‘ncoppa ‘a munnezz’

on BLOG, career coaching, coaching 9 apr, 2015

'O gallo 'ncoppa 'a munnezz'

Ne ho già parlato precedentemente: la potenza del coaching risiede anche nell’attitudine del coach a prospettare al coachee nuovi paradigmi e a farglieli simulare. Si aprono così nuovi scenari, facendo sviluppare nuovi comportamenti e rendendo di fatto possibile ciò che sembrava irraggiungibile.

Oggi parleremo di due paradigmi, a mio avviso ingiustamente ignorati dagli specialisti, nonostante rappresentino una dualità estremamente ricorrente sia nella società che nel mondo del lavoro. Due opposte visioni della vita, che riporto mediante due colorite espressioni napoletane: parlo di “‘O gallo ‘ncoppa ‘a munnezz'” versus “Fattell’ cu chi è megli’e te e fanc’e spese”.

Prima di tutto le traduzioni: il gallo sull’immondizia è colui che si vanta, fa lo sbruffone, si attribuisce meriti e qualità che non possiede; il tutto magari – ma non necessariamente – dinanzi ad un’audience semplice e credulona, scelta ad hoc. Il personaggio, quindi, appare impettito e serio come un gallo, ma sovrasta un cumulo di sporcizia, falsità, mediocrità: se non ci fosse la munnezz’, non avrebbe nulla per cui cantare e alzare la cresta.

Il secondo proverbio, invece, era il monito ricorrente di mia nonna: frequenta sempre chi è migliore di te, chi è più colto di te, chi è più evoluto di te e sii disposto a pagargli il conto, perché comunque ne riuscirai arricchito. Beninteso, l’accezione a cui sono abituato non ha nulla a che vedere col frequentare qualcuno per ricevere un ritorno pratico (raccomandazione, prestiti di danaro, posti di lavoro), ma unicamente per l’impagabile possibilità di elevarsi umanamente e culturalmente.

È tristissimo: ho l’impressione di aver incontrato nella mia vita veramente poche persone che incarnassero in maniera pulita il paradigma del “fattell’ cu chi è megli’e te e fanc’e spese”, senza retro-pensieri, né meschine, immonde ambizioni. Di galli, invece, ne ho conosciuti a centinaia e centinaia, galli che dicevano menzogne, o che dicevano “mezze verità”, o che “celavano delle verità”. Millantatori, insomma, che hanno fatto della mediocrità, del ribasso, del vanto, dell’ostentazione del nulla un’arte, restando sempre vigili nel trovare una scusante, un alibi, un’autoassoluzione.

Non sono un fanatico: capisco bene che per velocità, semplicità, abitudine, errore, si possa facilmente “slittare sul gallo”, ma l’importante è esserne coscienti (anche solo retrospettivamente) e rimediare consapevolmente, shiftando verso il secondo paradigma.

Non voglio scomodare Nietzsche, ma il dovere di ognuno di noi non è forse quello di evolversi, di migliorarsi? Non certo per estetica ed edonismo, ma per poter dare il meglio di sé agli altri, per poter migliorare il perimetro – per quanto piccolo – attorno a sé, per rappresentare un esempio positivo per i propri figli, parenti, amici, vicini, per i propri assistenti e dipendenti. Se non lo facciamo, come possiamo pensare di essere credibili, come possiamo pensare di poter giudicare e continuare a lamentarci della società, dei politici, dei capi?

Propongo un esercizio: pensa a ieri e ripercorretene gli avvenimenti, le telefonate, le conversazioni, i commenti, gli incontri più significativi. Ti sei comportato come un gallo ameno una volta?

Se avessi scelto il paradigma della spesa, cosa ti saresti portato a casa di diverso?

In cosa ti ha avvantaggiato la tua gallitudine?

E in cosa ti ha danneggiato?

“Le verità cercate per terra, da maiali / tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali. / Tornate a casa nani, levatevi davanti / per la mia rabbia enorme mi servono giganti.” Francesco Guccini, Cirano

  

  

  

  

  

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