Sfere personali

on BLOG, career coaching, coaching 6 nov, 2014

sfere personali

L., un coachee che aveva iniziato un percorso di career coaching da circa due mesi, era nel bel mezzo di un pattern di inattività e di auto-sabotaggio. Poiché di fatto aveva difficoltà ad accettare i chiarissimi segni di cambiamento e di successo (colloqui, proposte di lavoro, una moltitudine di opportunità da valutare, ecc.), si era arenato in una serie di “sì, ma…”. Due giorni prima di una sessione, gli illustrai e proposi un classico esercizio sul sabotatore interno, che avremmo discusso in sessione: la sua risposta fu “ma non stiamo facendo della psicoterapia?”.

Bang! Non so se mi spiego, ma non potevo ricevere una risposta meno piacevole. Gli ricordai quindi i miei obblighi di attenermi strettamente al mio ambito professionale e al codice etico – che avevamo lungamente discusso durante la prima sessione di chemistry – e lo rassicurai che non si trattava di scimmiottare la psicoterapia, ma di un esercizio frequentemente utilizzato dai coach. Comunque, era libero di rifiutarsi di farlo.

Oggi voglio parlare proprio di questo: un enorme numero di coach – soprattutto corporate – crede che entrare in una sfera più personale significhi uscire dal seminato e che ciò sia impossibile e non professionale senza un’adeguata formazione di terapia. Questo comune punto di vista si riverbera – ovviamente – anche nei coachee.

Io invece parto dall’assunto che il coach è un professionista del cambiamento e dell’evoluzione e se, per una sua storia professionale precedente o per interessi personali, conosce e sa attingere a delle risorse che possano catalizzare un cambiamento profondo o una trasformazione nel coachee, ben venga. Niente a che vedere con il sostituirsi ad altre categorie di professionisti, ma essere troppo stretti nella definizione delle proprie frontiere rischia di escludere svariate modalità di intervento.

D’altronde, poiché coach si diventa e non si nasce dal punto di vista professionale, ogni coach porta con sé delle precedenti radicate competenze di project management, formazione, direzione commerciale o  di psicologia, ecc., che sa mettere a disposizione del coachee quando lo reputa necessario. Mi spingo oltre: a mio avviso un coach, un consulente e un formatore sono tanto più senior quanto maggiore è la gamma di tecniche, processi, approcci e prospettive diversi e complementari che riesce ad attivare.

Quindi, il punto non è la paura del corporate coach di entrare o meno in “sfere personali”, ma piuttosto la comprensione del cliente e del suo contesto, la sensibilità verso ciò che è importante per il coachee e per il sistema in cui è immerso. Se ciò – compatibilmente con le specifiche capacità del coach – significa bussare, chiedere il permesso e poi varcare la soglia di ambiti più personali, allora il coach sta solo facendo un ottimo lavoro.

Qual è il tuo punto di vista a riguardo?

  

  

  

  

  

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