Uno snack val bene una lacrima

on BLOG, career coaching, coaching 11 set, 2016

Uno snack val bene una lacrima

Bentornati a tutti sul mio blog, con la speranza che le vostre vacanze siano state riposanti, rigeneranti, ricostituenti. Le mie, le ho trascorse nell’amata campagna, angustiato da problemi di salute in famiglia; ma mi consolo pensando che sarebbero potute andare molto peggio.

Invece di parlare delle solite – ma pur sempre fondamentali – domande coaching sul rientro dalle ferie, ho voglia di condividere un paio di osservazioni su una pubblicità di snack lanciata ad agosto, che mi ha molto colpito e, inizialmente, anche turbato: si tratta di un set molto scarno e grigio, di un’intervista a “veri” genitori e, poi, ai loro figli, di un sipario che si apre, di abbracci ed immancabili lacrime. Tutto molto déjà vu da almeno cinquant’anni, anche se l’assenza di paillettes, soirée nelle ville di ambasciatori, autisti e diamanti mi conforta: forse davvero, come si sperava durante il primo anno della crisi economica, essa avrebbe avuto alla lunga degli effetti positivi, ridimensionando comportamenti e aspettative e riavvicinandoci a valori meno artificiali e futili. Ma sono un coach e non un sociologo: prima di scrivere qualche irrimediabile sciocchezza, ritorno sull’argomento del post e vi racconto ciò che accade nello spot, per arrivare rapidamente alle mie considerazioni.

All’inizio del filmato, i genitori affermano di sentirsi in colpa per il poco tempo dedicato ai figli e per le poche occasioni di stare insieme, ma, subito dopo, i bambini li smentiscono, tratteggiando dei genitori presenti, con cui preparano dolci, vanno allo zoo, trascorrono momenti belli ed importanti. Cosa mi ha colpito, a parte una forte associazione, sapientemente indotta, tra i protagonisti adulti e me fruitore della pubblicità? Primo: gran parte dei sensi di colpa sono relativi alla mancanza di tempo, di tempo di qualità. Secondo: le immagini che i genitori hanno di se stessi discordano grandemente da quelle riportate dai loro figli (che, però, non considero obiettive, date la loro età e il loro bisogno di affetto, protezione e modelli) e, per esteso, dagli “altri”.

Eccomi quindi a riallacciarmi a un tema che ricorre spesso nelle mie sessioni sia di corporate coaching che di career coaching, ovvero su chi gestisca chi, chi fissi le priorità, su chi sia il soggetto e chi l’oggetto delle nostre vite, sia professionali che private. Siamo davvero quelle macchine automatiche spinte unicamente da sollecitazioni esterne, così bene rappresentate da Gurdjieff e Ouspensky un secolo fa? O vogliamo finalmente diventare padroni del nostro tempo, delle nostre azioni, fissando le nostre priorità, pur sempre nel responsabile rispetto dei nostri obblighi e delle regole sia sociali che del mondo del lavoro? Cosa vi serve per fare il salto di qualità e di consapevolezza, il salto dalla fantasia all’azione?

Inoltre, quando ci arrovelliamo su opinioni negative su noi stessi, sensi di colpa ed inadeguatezza, cosa ci frena dal verificare con chi ci è intorno i nostri punti di vista su noi stessi? Non potete sapere quanto spesso i miei coachee, dopo essere arrivati alla conclusione che è opportuno chiedere un feedback, si soffermano e, stupiti, esclamano “la soluzione è così semplice, perché non ci ho mai pensato prima?”.

E proprio su questi due punti si appoggia gran parte della forza del coaching: spronare, non accontentarsi di domande e risposte automatiche, chiedere conferme, sperimentare nuove possibilità, progettare nuovi comportamenti ed azioni.

Quindi, ormai rientrati tutti dalle vacanze, vi chiedo:

Qual è l’aspetto della vostra vita che volete affrontare con maggiore urgenza a partire da oggi?

Cosa vi manca?

Cosa sapete e cosa vi occorre di sapere a riguardo?

Chi può aiutarvi? Come?

  

  

  

  

  

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